Il licenziamento di Manchester United e di Ruben Amorim non è soltanto l’ennesimo cambio in panchina di un club che da anni vive di transizioni irrisolte. È il punto di rottura simbolico di una tensione più profonda, strutturale, che attraversa Old Trafford da oltre un decennio: il conflitto permanente tra identità calcistica, governance aziendale e risultati sportivi. Dopo appena 14 mesi, il progetto affidato al tecnico portoghese si è dissolto in una conferenza stampa dai toni durissimi, diventata l’epitaffio di un rapporto ormai logoro.
Il pareggio per 1-1 contro il Leeds United è stato solo l’innesco. La detonazione è arrivata davanti ai microfoni, quando Amorim ha scelto la via della verità pubblica:
“Sono venuto qui per essere il manager del Manchester United, non per essere l’allenatore”.
Una frase che pesa come un atto d’accusa. Nelle sue parole c’era la frustrazione di chi si è sentito svuotato di potere decisionale, costretto a convivere con un mercato che non sentiva suo e con pressioni tattiche – come l’invito ad abbandonare il 3-4-3 – percepite come ingerenze. In quel momento, la frattura con la dirigenza è diventata insanabile.
Il bilancio sportivo è severo: 24 vittorie in 63 partite complessive, appena 15 successi in Premier League, un sesto posto attuale e soprattutto il quindicesimo posto della scorsa stagione, la peggior annata del club nell’era Premier League. Numeri che raccontano il fallimento di un ciclo, ma che non spiegano fino in fondo perché anche allenatori con idee chiare e un’identità forte finiscano per schiantarsi contro le stesse dinamiche. La finale di Europa League persa contro il Tottenham Hotspur, a Bilbao nel maggio 2025, sembrava aver aperto uno spiraglio di continuità. È rimasta invece una parentesi isolata, incapace di ribaltare la percezione di un progetto mai davvero decollato.
Nel dibattito televisivo inglese, Amorim è apparso sempre più solo. Gary Neville ha parlato apertamente di un allenatore “sul punto di sbottare”, mentre Jamie Carragher è stato brutale nel giudizio, mettendo in dubbio l’idoneità stessa del portoghese per una panchina come quella dello United. Parole che fotografano un clima dove il confronto tecnico si trasforma rapidamente in processo pubblico. In questo contesto, la scelta della società di intervenire poche ore dopo la conferenza stampa appare meno come una decisione ponderata e più come un atto difensivo.
L’affidamento dell’interim a Darren Fletcher, in vista della sfida contro il Burnley, è l’ennesima soluzione tampone di un club che continua a vivere nel presente senza riuscire a costruire il futuro. Fletcher rappresenta la memoria storica, il legame con un passato glorioso, ma difficilmente può incarnare una visione strutturata di lungo periodo. Ed è proprio qui che il caso Amorim assume un valore emblematico: l’allenatore è diventato il capro espiatorio di un sistema che fatica a definire ruoli, responsabilità e obiettivi condivisi.
Il Manchester United ha comunicato che “era il momento giusto per un cambiamento”. Ma la domanda più scomoda resta inevasa: cambiare cosa, esattamente? Perché se il problema fosse solo l’uomo in panchina, la storia recente suggerisce che il prossimo nome rischia di seguire lo stesso destino. Amorim paga errori, risultati deludenti e una gestione comunicativa esplosiva, ma paga anche l’illusione che basti un allenatore carismatico per risolvere contraddizioni radicate. A Old Trafford, oggi più che mai, il calcio sembra subordinato alla politica interna. E finché questa gerarchia non verrà ribaltata, ogni progetto – per quanto ambizioso – rischierà di naufragare allo stesso modo.