Mentre il calcio italiano cammina ancora sul filo del rasoio, sospeso tra l‘incertezza del commissariamento e le elezioni federali del 22 giugno, il dibattito si sposta su chi dovrà guidare la rinascita in campo. Se l’inchiesta in corso congela le poltrone di via Allegri, non ferma però i sogni dei tifosi e le analisi degli addetti ai lavori. Dopo l’apertura di Leonardo Bonucci ai Laureus Awards (“Sognare non costa niente”), il nome di Pep Guardiola torna a infiammare l’ambiente azzurro, scatenando sogni, pareri e confronti.
A gettare acqua sul fuoco delle facili suggestioni è Gigi Di Biagio. L’ex giallorosso, ex CT dell’Under 21, oggi alla guida dell’Under 23 saudita, invita a una riflessione più profonda che vada oltre il prestigio del nome. “Ho sentito tanti nomi blasonati, ma bisogna capire chi è adatto alla Nazionale che abbiamo”, ha spiegato Di Biagio a margine del FIP Silver Mediolanum Padel Cup di Bari. Pur definendo Guardiola il “numero uno al mondo”, Di Biagio solleva un dubbio metodologico: per la nostra realtà calcistica, reduce dal trauma di tre Mondiali saltati (ultimo ma non per importanza il Mondiale 2026 che avrà inizio proprio questo giugno), serve un allenatore funzionale e capace di calarsi nelle dinamiche specifiche del nostro movimento. La rifondazione, secondo l’ex azzurro, deve partire innanzitutto da una nuova presidenza FIGC che sappia tracciare un percorso tecnico coerente con il materiale umano a disposizione.
Dello stesso avviso, ma con una soluzione diversa, è Alessio Cerci. Anche per l’ex esterno della Nazionale e dell’Atletico Madrid, vedere Pep sulla panchina dell’Italia sarebbe un “sogno”, ma la realtà chiama risposte più concrete e immediate. La ricetta di Cerci per risollevare le sorti azzurre ha un nome e un cognome precisi: Antonio Conte. “È uno dei pochi allenatori in grado di risollevarne le sorti in questo momento difficile”, ha dichiarato Cerci, richiamando la necessità di un leader carismatico capace di lavorare sulla mentalità e sulla ricostruzione dalle macerie, magari integrando quella metodologia giovanile “alla spagnola” (investendo sugli istruttori dai piccoli Under 8 agli Under 11) che in Italia ancora manca.
Il bivio che attende la Nazionale non è solo una questione di nomi o di moduli tattici. Che si decida di inseguire l’utopia di Guardiola o di affidarsi al “martello” Antonio Conte, resta un nodo gordiano da sciogliere a monte: la stabilità istituzionale. Senza una guida certa in via Allegri e con lo spettro del commissariamento che aleggia sulle elezioni del 22 giugno, qualsiasi progetto tecnico rischia di nascere su fondamenta fragili. In quest’ottica, la sensazione è che, prima ancora del prossimo CT, l’Italia debba ritrovare sé stessa e la sua credibilità. Solo allora, sognare non costerà davvero niente.